domenica 30 dicembre 2012

Un anno dopo il terremoto. Van (part.1)


Parte da Diyarbakır in tarda serata il bus che porta a van, il viaggio è lungo, la notte è buia e fuori dal finestrino nulla.
Cerco invano la posizione più comoda per dormire poi cedo alla stanchezza, un crollo del corpo e della mente.
Arrivo in città poco prima del sorgere del sole, fa freddo ed ha appena smesso di piovere, tutto è grigio, la stazione dei bus è semideserta, buia, alcuni vetri sono rotti, le persone camminano piano, a testa bassa e in silenzio, sembrano anime che vagano aspettando qualcosa, c'è silenzio, l'unico suono che avvolge tutto è il rumore dei motori accesi dei bus, tutto ha l'aspetto di un luogo abbandonato.
Mi metto qualcosa di più pesante addosso, zaino in spalla e si ricomincia, in strada c'è poca gente e tutto è chiuso, è ancora troppo presto, ho appuntamento alle 10 in un locale con l'uomo che mi dovrà ospitare, lo  șiir cafè (caffè poesia), vago per un po' chiedendo informazioni, ma sono ancora le 6 del mattino.
Entro in una sala da çay per riscaldarmi un po', mi accorgo dopo che a porte e finestre mancano i vetri.
Il proprietario è un uomo alto e baffuto con una grande pancia, è simpatico e mi accoglie calorosamente, aspetto li ore ed ore, il terzo çay mi viene offerto da lui, con cui ormai ho stretto amicizia.
Il caffè apre 2 ore dopo l'orario previsto, e aspetto ancora.
Per ingannare il tempo gioco a tabla con i miei compagni, giochiamo per ore, fino a quando non arriva. ci mettiam d'accordo, poso la borsa e vado a fare un giro in città, il sole è alto e si sta bene, la città è tutt'altro che morta, c'è tanta vitalità per le strade, la gente corre tra le bancarelle che coprono entrambi i lati delle strade, c'è un'atmosfera vagamente natalizia.
Il furgone di un partito curdo urla dai megafoni qualcosa, due persone  da dentro salutano la gente entusiasta in strada.

Oggi è l'anniversario del terremoto che distrusse la città un anno fa, nel parco principale, dietro la statua del gatto di van e del mostro del lago, c'è una mostra fotografica per ricordarlo, un terremoto che rase al suolo mezza città o più e fece svariate vittime, c'è molta gente, le foto sono belle, ma basta guardarsi intorno, osservare i palazzi o quel che ne rimane per ricordare davvero cosa successe, la città è semidistrutta, un sacco di edifici sono crollati, altri sono in fase di ''restauro'' che è più un rattoppo dei buchi. mi stendo in una panchina e mi addormento al caldo sole del primo pomeriggio.
mi sveglio con l'arrivo delle nuvole e del freddo, faccio un altro giro, e ritorno al locale.
devo aspettare che chiuda per andare a casa e riposare.
ricominciamo a giocare a tavla (il nostro backgammon), fino a notte inoltrata.
poi arriva un amico del proprietario del locale, ci dividiamo in 2 gruppi, io vado a casa di questo ragazzo, prendiamo un bus, ma è notte e non vedo esattamente dove sto andando, piove molto forte.
percorriamo un po' di sterrato a piedi sotto la pioggia, seguendo una fila di case tutte al buio, come la strada del resto.
Entriamo in questa casa dal tetto in lamiera, che quando piove si trasforma in un tamburo battuto da migliaia di gocce di pioggia, non c'è luce, non ci sono letti, non c'è nulla, ci danno dei materassi e delle coperte calde e pesanti, porte e finestre non chiudono bene e l'aria entra a folate, ma sotto le coperte è caldo e con la stanchezza accumulata credo di poter dormire ovunque.
Punto la sveglia, domani ho appuntamento con gli altri.
Il mattino è grigio, fuori piove ancora, dormono tutti quando mi sveglio, scopro che loro hanno dormito nel corridoio, abbracciati anche loro sotto pesanti coperte,  hanno dato la stanza buona a noi.
Vado in bagno, non c'è acqua calda, né doccia. mi lavo pian piano con una ciotola con cui mi verso l'acqua fredda addosso, la finestra è senza vetri, mi vesto in fretta e vado a sistemare la borsa, senza svegliare nessuno vado via, ripercorro la strada di ieri, pioviggina ma adesso vedo che quella fila di case di cui ieri distinguevo solo i profili neri contro le nuvole arancio, sono case danneggiate dal terremoto, alcune abbandonate altre rattoppate come meglio si può, probabilmente perchè la gente non ha altri posti dove andare e una casa, anche se mezza distrutta è sempre meglio di una tenda o di un container spacciato per casa e messo a disposizione ''momentaneamente'' ai terremotati.
c'è una donna col velo che cammina sola sotto la pioggia spingendo una carriola.
mi rendo conto di quanto quel terremoto sia stato distruttivo e quanto abbia cambiato le vite di tutti gli abitanti di Van, mi chiedo quanta forza ci voglia per continuare a vivere, pensando di aver perso tutto quel che si aveva, e mi rendo conto di quanto futile sia  a volte la nostra vita, di quanto ormai la società cosiddetta moderna abbia perso il normale rapporto con la realtà, e che basta niente per distruggere tutte le certezze sulle quali costruiamo, come sulle più solide basi, la nostra vita.


lunedì 17 dicembre 2012

Diyarbakır, la città assediata.


Finita la settimana a Mardin, inizia il kurban bayramı, una festa per ricordare il sacrificio di Abramo che viene messo alla prova e deve sacrificare suo figlio Isacco, fermato poco prima del colpo di grazie, un Ariete viene ucciso al posto del figlio, per volere di Allah.
E' una delle feste più importanti qui in turchia, la tradizione vuole che ogni famiglia sacrifichi un agnello o una capra, la si divida in 3 parti e ne si doni la prima ai poveri, la seconda agli ospiti e la terza usata per la famiglia.
Per questa festa decido di spostarmi ancora più verso Est,  a Van e verso il suo leggendario lago, poco distante dal confine con l'Iran.
Vado in autostop fino a Diyarbakır, bagnata dal fiume Tigri, è la città con la maggior presenza di curdi in turchia e dove il turco nella maggior parte dei casi è sostituito dal curdo. Non a caso da molti è definita la capitale del curdistan turco.
In questa città si capisce subito quanto il governo di Ankara abbia paura della situazione curda in turchia.
Addentrandocisi si ha la sensazione di essere in una città sotto assedio, basi militari sono ovunque, così come posti di blocco e pattuglie, mattina e pomeriggio decollano dall'aereoporto militare non lontano da qui, dei caccia seguiti dal loro assordante rumore.
Forse si vuol far ricordare sempre a tutti chi è che comanda, chi è la vera autorità in Turchia.
Sto qui solo mezza giornata, ma l'ambiente è vitale, giro un po' senza allontanarmi troppo dal centro circondato dalla vecchia cinta muraria in basalto nero della città, lunga 6 km, mi dicono che è seconda solo alla muraglia cinese.

Vago tra le viuzze ma appena cala il buio la città si fa inquietante, strane ombre si muovo in silenzio negli angoli più bui, molti mi sconsigliano questo o quel vicolo, tornando indietro sconfortato vengo fermato dal proprietario di una sala da te, mi invita a sedermi con lui, parla inglese e mi offre un çai, si chiacchiera e si scherza insieme ad un suo amico fabbro, è sporco e nero, si è preso una pausa per stare con noi, giochiamo a tabla, poi ritorna a lavoro, è una persona che mi incuriosisce molto e voglio vedere dove lavora.
Si arriva nella sua officina tramite uno stretto corridoio buio, lavora in quella che una volta era la stanza di una casa, non c'è il tetto solo dei pannelli che a stento serviranno per coprirsi dal sole ma sicuramente inutili con la pioggia, i muri sono crollati per metà e adesso dentro vi sono solo macerie e attrezzi del mestiere, il resto della casa è crollato poco più in la.
La luce fredda e flebile di un neon illumina le scale in ferro che sta facendo.
E' un lavoro faticoso mi dice, lavora fino a tardi, e penso a mio padre, una volta fabbro anche lui.
Ha una trentina d'anni ma ne dimostra venti in più, lo saluto calorosamente; mangio qualcosa e mi congedo anche dal proprietario della sala da tè.
In tarda serata parte il bus che dovrà portarmi a Van ma non ho idea di come arrivare alla stazione degli autobus, l'uomo che mi dette un passaggio fino in centro mi aveva pure dato appuntamento per le 20, è la mia unica speranza, aspetto, aspetto fino a quando un uomo, incuriosito, mi chiede che faccio lì seduto al freddo, si offre di chiamare, l'uomo aveva scordato l'appuntamento ma dice che sarà qui in 15 min, arriva puntuale e mi accompagna fino alla stazione dei bus.
parto, il viaggio è lunghetto e spero di riuscire a riposare un po', domani sarò a Van.
Anche in questo viaggio la gentilezza e l'ospitalità turca mi hanno salvato, ogni volta mi chiedo come è possibile e penso che tutto ciò sarebbe quasi impossibile in Italia, riparto sempre pieno di gratitudine per chi in un modo o nell'altro mi ha aiutato senza voler nulla in cambio, senza conoscermi.
rimango sempre stupito da questa società che nonostante stia per esser pian piano ingoiata dal capitalismo che avanza, è ancora retta da antichi valori di ospitalità e lealtà.
questo è quello che ultimamente mi fa riflettere sulle grandi differenze tra cultura occidentale e orientale.

giovedì 6 dicembre 2012

Mardin, osservatorio della storia.


Nel primo pomeriggio parto in bus per Mardin, arrivo in città in tarda serata, sono nel lato nuovo, brutti palazzi uguali a quelli che si vedono in tutte le città turche.
Sono qui per uno street art festival, mi ospiteranno per una settimana e si dovrà andare in giro per le scuole elementari a portare un po' di musica e colore.
Con il taxi attraverso la piccola città, d'un tratto i palazzi nuovi finiscono ed inizia la città vecchia, luci calde illuminano i muri di pietra bianca; tutta in salita la cittadina si sviluppa su un'alta collina che domina la mesopotamia,  nei giorni più limpidi si riesce a vedere la Siria, sono contento di poter vivere in centro.
Il palazzo dell'associazione è un edificio storico, molto ben mantenuto, probabilmente restaurato da poco. Ad accogliermi c'è una lunga tavola imbandita piena di gente che viene da posti diversi, la maggioranza da Istanbul, poi iraniani, spagnoli, francesi e così via, l'ambiente è ricco, salubre e amichevole, il paesaggio è fantastico e, cosa fondamentale, la cena è ottima.
Il giorno dopo, dopo un'abbondante colazione alla turca, (che rimpiango ancora oggi, fatta da 2 tipi di formaggi, insalata di pomodori e cetrioli, succhi di frutta, pane e focacce, uova, miele, crema di cioccolato, burro, olive verdi e nere, frutta e l'immancabile çai (tè)).  

Partiamo con 2 bus per le scuole,  tristi e spoglie, ai muri sono appesi disegni di cruente battaglie con guerrieri che si uccidono a vicenda, foto di paesaggi turchi e l'onnipresente Ataturk.
I bambini sono entusiasti e allo stato brado, tutti incredibilmente ossessionati dal calcio, il primo giorno, ho chiesto loro di disegnare qualcosa, a parte qualche meravigliosa casa con i fiori, ho ricevuto solo cuori con i colori del galatasaray o del fenerbahçe.
Il giorno dopo ho iniziato a dipingere i loro volti, anche qui innumerevoli richieste dei colori della propria squadra sulla guancia, la speranza va ai più piccoli che rimangono ancora affascinati dal disegno del leone (Aslan).
Le maestre sono giovani e carine, probabilmente hanno iniziato a lavorare subito dopo l'università,  e non sono in grando di domare i loro alunni.
Il pranzo alla mensa è scadente, riso in bianco e salsa con fagioli, le posate sono incrostate ma la frutta è fresca.
la cittadina di Mardin è magica e imperdibile, le case sono letteralmente aggrappate alla collina su cui sono costruite e dominate da un castello. Città mista di culture vi si trovano chiese, moschee e antiche università, interessante anche il palazzo delle poste che purtroppo era in fase di restauro, anche qui però sono riuscito ad entrare scambiando quattro ''chiacchiere'' con il guardiano. La gente parla arabo, turco e curdo senza problemi, e tutti vivono tranquillamente insieme.
Di qui sono famosi i saponi fatti a mano e l'innumerevole quantità  di caramelle/confetti di frutta secca e zucchero fatti in miriadi di modi diversi e messi in grandi ceste, si possono assaggiare e scegliere con tranquillità.
Ho passato serate a sgranocchiare mandorle, noci e noccioline datemi dai venditori stessi che di esse mi riempivano le mani.
Sono ancora più convinto che l'oriente, inizia ad est di Antep subito dopo l'Eufrate.
Il tempo scorre in maniera diversa, non ha fretta, la vita è scandita dai ritmi della natura, mi sembra di stare indietro di un centinaio di anni, e mi sento a casa.
Il Cielo qui ha un colore diverso, più puro, profondo e sincero, un colore che non avevo mai visto.
E' attraversando questi posti, guardando dal tetto dell'università la mesopotamia che dorme al tramonto, culla della civiltà, che mi sento addosso l'importanza della storia, ha visto passare migliaia e migliaia di anni, vi si son parlate decine di lingue diverse ed è stata attraversata da infinite genti, tanti vi son nati e tanti vi son morti guerre e sangue, pace e civiltà, eppure è ancora li come se il tempo non fosse mai passato, anche oggi un'altra guerra si svolge sulle sue membra e lei immobile aspetta che tutto passi, perchè ciò che è umano non sarà mai eterno, lo sa bene lei che giace li da sempre. 
 

lunedì 26 novembre 2012

Mersin, inferno e paradiso a 2 passi dal mare


Andiamo a mersin, ancora in autostop; il viaggio è molto movimentato, la prima macchina che becchiamo è guidata da un folle che si crede maometto, ha studiato all'università della vita e (dice) di aver scritto alcuni pezzi del corano.
Secondo passaggio, lo prendiamo in autostrada, un uomo in mercedes ci raccoglie sotto il sole del mezzogiorno, ci porta a Mersin entusiasta e ansioso di mostrarci il suo posto preferito.
Curiosi aspettiamo guardando la città passare dal finestrino, arriviamo al porto e con un ampio gesto ci mostra le barche attraccate al molo,  getta dei pezzi di pane in mare e ci indica con indescrivibile gioia i pesci che mangiano con foga; torniamo in macchina perplessi.
Non manca mai la domanda di rito: avete fame? e senza aver il tempo di rispondere ci ritroviamo con in mano il tipico kebab di mersin: il TANTUNI, buonissimo, il migliore mangiato fin'ora con carne bovina bollita, è piccolo, gustosissimo e non troppo speziato.
Ci paga il bus per il luogo in cui dormiremo (un po' fuori mersin) e ci salutiamo, noi sempre con immensa gratitudine.
Arriviamo in spiaggia, l'acqua è limpida ma piena di immondizia, bottiglie e buste di plastica.
immancabile il castello in mezzo al mare...
''C'era una volta un re che adorava immensamente la sua unica figlia, un giorno un'indovina, gli predisse che sua figlia sarebbe morta il giorno del suo diciottesimo compleanno a causa di un  morso di serpente, Il Re sapendo che i serpenti non sanno nuotare, fece costruire un castello in mezzo al mare.
A 18 anni, per il suo compleanno, tra i meravigliosi regali che ricevette c'era un ricco cesto colmo di rosse mele, attratta dal loro aspetto allungò la mano per afferrarne una e sollevandola, un serpente che durante la raccolta si era rifugiato nel cesto salto fuori mordendole la mano.
così, nonostante le precauzioni del padre la figlia morì, il giorno del suo diciottesimo compleanno
.
''


mancano 2 ore al tramonto e decidiamo di provare ad andare a Cennet e Cehennem un sito non molto lontano da dove alloggiamo, andiamo in autostop anche questa volta, arriviamo in breve tempo nonostante la strada che si inerpica su questa collinetta e che serve a raggiungere le grotte sia poco trafficata.
paghiamo il biglietto ed entriamo senza sapere esattamente cosa ci aspetta, la fine della strada ci regala una sorprendente cava di 30m di diametro e 120 di profondità di nome cehennem obrugu (la cava dell'inferno chiamata così a causa di una famosa leggenda.

''Gea che non sopportava l'idea che i suoi figli, i Titani, fossero stati imprigionati nel Tartaro da Zeus, si recò in Cilicia, da suo figlio Tifone padre di tutti i venti funesti, che aveva generato dopo essersi unita al Tartaro, al quale chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus.
Tifone, la cui statura non aveva eguali sulla terra in quanto non c'era monte che lo eguagliava in altezza, con le sue cento teste che sputavano fuoco e reso ancora più orribile dall'ira che lo animava, salì sull'Olimpo per battersi contro gli dei. La sorpresa e lo spavento fu tale che gli stessi dei, dopo essersi trasformati in animali, scapparono via lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato dalle gambe di Tifone ed immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in questa grotta mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato se Ermes, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la sacca a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Narra la leggenda che le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.
Narra Ovidio nella Metamorfosi (V. 346-358): "(...) la vasta isola della Trinacria si accumula su membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifeo, che osò sperare una dimora celeste. Spesse, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da te, o Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifeo getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."

Subito accanto la grotta del paradiso, molto più interessante ma senza affascinanti leggende ad arricchirla. iniziamo a scendere, il cielo ha iniziato ad oscurarsi, il sole è calato e grandi nuvoloni si avvicinano, continuiamo lo stesso la strada diventa sempre più difficile.

D'un tratto ci appare accanto l'ingresso della grotta una piccola struttura, la cappella della vergine maria, costrita il 5° o 6° secolo A.C. con le pareti ricoperte di muschio e felci, la luce che filtra tra la pioggia le fronde degli alberi rende l'atmosfera estasiante.
Dentro la grotta camminare è quasi impossibile (soprattutto se si hanno le converse) gli scalini irregolari intagliati nella roccia, ricoperti di argilla e bagnati dalla pioggia e dall'umidità rendono la discesa particolarmente lenta ed ardua, la caverna è illuminata da forti proiettori per mettere in evidenza le stallattiti, siamo soli, il silenzio è rotto solo dallo scrosciare dell'acqua in lontananza lassù all'imboccatura della grotta.
stiamo li un bel po' , si sta bene in silenzio.
questi sono i momenti più belli, quando non hai la necessità di parlare e non sei a disagio con gli altri se cala il silenzio, il luogo aiuta,  si risulta così piccoli di fronte alla grandezza di quel luogo ognuno è impegnato con se stesso e comprendendosi si  comprende il resto del mondo.

giovedì 1 novembre 2012

Harran e il vento del deserto.

Partiamo da Urfa per Harran che è già buio, una macchina ci raccoglie lasciandoci molto vicini, c'è solo un'ultimo tratto da fare. A caricarci stavolta è un furgoncino scassato e sporco, saliamo dietro e 100 metri dopo ci fermiamo ad un posto di blocco, la strada è buia e la luce delle torce elettriche attraversa i vetri luridi e ci acceca, aprono il retro, ci chiedono i passaporti.
Che ci facciamo in quel fetido furgone di notte? 

Ci chiedono se abbiamo prenotato una stanza, dove dormiamo. Si preoccupano per noi, ma noi continuiamo senza avere la minima idea di dove finiremo a dormire.
Arrivati ad Harran camminiamo per ore, facciamo avanti e indietro cercando un posto in cui può esser comodo piantare la tenda, io sono di cattivo umore, siamo stanchi e non mi piace non sapere dove dormire quando è già buio. Mangiamo qualcosa e troviamo un piccolo spiazzo alberato costeggiato da un muro dove potremmo passare la notte, è abbastanza buio e appartato, non è il massimo ma è il meglio che siamo riusciti a trovare, la notte scorre abbastanza tranquilla tra freddo e cani randagi.
Mi alzo all'alba, mi vesto, sveglio gli altri e ci incamminiamo per la città, la strada in cui ieri abbiamo camminato per ore scopriamo essere affiancata dal vecchio muro di cinta della città (completamente al buio di notte), ormai quasi completamente distrutto, entriamo da una delle antiche porte, affascinante sotto la luce dell'ancora flebile sole del mattino.
Saliamo su di una collinetta seguendo l'unica strada che troviamo (l'unica asfaltata) da qui vediamo la città vecchia, l'antica moschea, il castello e le vecchie case con i tipici tetti, molto simili ai nostri trulli, il tutto circondato dal deserto.
La moschea ormai completamente distrutta è recintata da una pessima rete metallica bucata in alcune parti, non posso resistere ed entro, cammino tra le rovine di un edificio che ha visto passare secoli di storia, sono solo li dentro, il silenzio e la luce dell'alba rende tutto surreale, dei cani scorrazzano tra le poche mura ancora in piedi, l'aria è diversa, profuma di storia e magia, il tempo si ferma, il momento è unico e infinito.
Ritorno troppo presto alla realtà, gli altri mi aspettano.
Ci dirigiamo al castello, chiuso per quel che i turchi chiamano restauro, in realtà è una ricostruzione
ex novo, non si può entrare, i miei amici si allontanano io insisto, vado a parlare con il responsabile e dopo tanta sfacciataggine riesco a convincerlo, mi metto il casco di sicurezza, ed entro con lui nel castello, meraviglioso e ricco di storia anche lui.
Architettura influenzata da islam e cristianesimo, croci nelle volte e spazi di preghiera verso la mecca.
esco e mi ricongiungo agli altri, hanno incontrato un ragazzo che vuole guidarci per la città (a pagamento) ma noi non abbiamo soldi e la città l'abbiamo già vista tutta, almeno la parte vecchia.
ci mancano solo le case tristemente addobbate per i turisti, entriamo lo stesso, lo scenario è pietoso, uno specchio per le allodole, la casa è piena di oggetti in vendita e arredata secondo l'immaginario classico della casa turca.
Parliamo poi con i proprietari, ci dicono che ormai li son rimasti in pochi, si son tutti trasferiti nelle
case ''nuove'', solo alcuni stanno ancora li e usano le loro vecchie case come attrazione.
paghiamo un çai e andiamo via, rivediamo i dromedari e un bel cavallo che mangiano col deserto sullo sfondo, ritorniamo ad Urfa per poi proseguire verso Antep ma le sensazioni provate mi accompagnano ancora, uno strano senso di pace e armonia che forse si trova solo li, dove non c'è nient'altro.
       
                                                                                                      
                                        

venerdì 12 ottobre 2012

Antep, quattro chiacchiere col padrone di casa.


Interrompo momentaneamente i racconti di viaggio per raccontare le impressioni raccolte in questi giorni qui a Gaziantep, città a pochi km dal confine siriano e pochi passi dal kurdistan turco.
Da pochi giorni le relazioni con Damasco si fanno sempre più tese, internet pullula di articoli continuamente aggiornati sulla situazione medio orientale, i cittadini di Istanbul e Ankara hanno iniziato a manifestare contro l'inizio di un possibile conflitto, e da oggi in cielo iniziano a sorvolare la città elicotteri militari diretti a sud ovest.
In risposta, Antep, città universitaria con più di un milione di abitanti, continua a dormire.
Il movimento giovanile è pari a 0, così come movimenti studenteschi, politici, artistici o sociali; da un mese continuo a chiedere di essi, ma la risposta comune è: ''non ad Antep, Istanbul!'' e se chiedo perchè non qui? mi rivelano l'esistenza di una misteriosa ''lista nera'' in cui, se si viene inseriti, diventa impossibile trovare lavoro e in un certo senso, anche vivere.
Al simbolo dell'anarchia disegnata come esempio tra i tanti, mi si racconta entusiasta della tifoseria del Beşiktaş (squadra di calcio di Istanbul), di nome Çarşı, che usa nel suo logo la famosa A cerchiata come sostituta della normale a all'interno del suo nome.
lo scoraggiamento mi assale, la città è più inerte di quel che potevo immaginare.

Tra gli argomenti che ultimamente sottopongo quasi con insistenza ai ragazzi, c'è la questione curda.
anche qui la risposta è monocorda e categorica: i curdi non mi piacciono!
Qualcuno ammette, quasi mal volentieri che possono esserci anche curdi buoni, ma che in maggioranza sono ''cattivi'' girano con la pistola alla cintola, con il coltello e fanno a botte spesso.
il Kurdistan non esiste, non è mai esistito e mai dovrà esistere.
Dimenticavo ovviamente, (mi dicono) molti sono terroristi, anche se stranamente il PKK non viene nominato spesso, nonostante un paio di mesi fa, un auto bomba esplose proprio qui in città facendo una decina di vittime.
Impossibile argomentare, le risposte sono nette, come frutto di una massiccia propaganda. Frasi uguali per ogni persona, alla parola curdo, si fanno seri e si offuscano in volto. inutile insistere.

La città si presenta moderna, la corsa all'occidentalizzazione è palpabile ma solo superficialmente, solo i palazzi e le insegne luminose, solo il rossetto o le nike, ma quando questa gente si sveglierà?
quando avrà il coraggio di parlare, manifestare? e quando, soprattutto, si fermerà a pensare?

giovedì 4 ottobre 2012

Urfa e il benvenuto in Turchia.


Un'altra settimana è passata senza avere il tempo per vedere Gaziantep.
Tra traslochi e nuove sistemazioni ci ritroviamo a dover decidere all'ultimo minuto una meta per il week end. Stavolta ci spostiamo ad est, meta: Urfa e Harran, solito autostop, soliti tè offerti da sconosciuti particolarmente ospitali e cordiali, con cui è piacevole fare una pausa nel caldo sole del mezzogiorno.
Arriviamo ad Urfa nel primo pomeriggio, un po' di distanti dal centro.
La città apparentemente si presenta come tutte le altre che ho visitato, ''moderna'' e caotica, anche se la gente che si incrocia è molto varia, donne con il burqa, arabi, siriani e turchi.
Chiediamo informazioni per il centro (tutto dritto per un km circa), ma più ci si avvicina più cambia il pesaggio, i palazzi iniziano ad invecchiare, in qualche vicolo si intravedono rovine di quelli che un tempo dovrebbero esser stati ricchi palazzi, l'architettura diventa interessante, alcune strutture sono anche in buono stato, passiamo per il bazar, il sole picchia forte e gli alti mucchi di spezie emanano un leggero profumo, coperto nella maggior parte dei casi dall'odore della carne dei kebab. piccole botteghe piene di cibo o di oggettini di latta, decorati per attirare i turisti riempiono questi stretti vicoli affollati, raramente si può vedere anche qualcuno che incide a mano il metallo. L'aria che si respira è diversa dagli altri posti che ho visto, sarà il caldo e la stanchezza, o l'esser circondato (finalmente) da edifici storici, le persone, diverse tra loro non ancora particolarmente attratte dall'occidentalizzazione, ma finalmente sento di essere in turchia.
Siamo entrati in una zona molto curata, un giardino sacro, portici colonnati, una grande moschea e tantissime altre zone di culto. Şanliurfa la città in cui nacque Abramo, ex Edessa, una città che ha fatto la storia.
Un fiumiciattolo pieno di pesci, rinchiuso in canali che attraversano tutta questa zona, aree verdi in cui ci sediamo per pranzare, insieme ad altre famiglie sparpagliate sul prato all'ombra delle palme o di grandi alberi di cui è ricco il posto.
Nonostante la confusione (è domenica) continua a persistere il fascino di questa zona, l'immagine classica del medio oriente.
Mi perdo mentalmente nel percorrere il quadriportico della moschea, pochissima gente passa, il sole è alto nel cielo e le colonne proiettano ombre violente e camminarci quasi in solitudine proietta me in uno stato di tranquillità e pace.
respiro i resti della storia e ne sono felice.

martedì 25 settembre 2012

Sequestro ad Adana



Siamo in una piccola e stretta spiaggia, sempre a yumurtalik, questa volta però il paesaggio è più interessante, in acqua si spande una piccola scogliera, qualche roccia che forma una grande vasca naturale, l'alba illumina tutto pian piano e il mare è irresistibilmente bello sotto i raggi del sole che passano radenti sulla sua superficie, mi rimetto il costume e mi tuffo, una nuotata per ridistendere i muscoli dopo una notte molto inquieta.
Dopo il bagno ripartiamo, meta Adana. Ci rimettiamo in strada, ci risepariamo in 2 gruppi e camminando mostro agli automobilisti il pollice e un sorriso, che è sempre rassicurante.
Si ferma un uomo sulla 50ina, ci dice che può portarci all'uscita per Adana, lì sarà più facile trovare qualcuno che va in città, saliamo, chiacchieriamo un po' durante il viaggio, solite domande di rito, ''da dove venite? che fate? dove andate?'' ci chiede se vorremmo un caffè, si ferma nel suo ufficio e prepara 3 nescafè bollenti; Ha una piccola ditta che (non ho capito in che modo) ha a che fare con le pannocchie e il mais, ci mostra le città da visitare in turchia cancellando con perizia Diyarbakir dalla mappa, fatti i saluti e i ringraziamenti ci fa accompagnare all'incrocio da un suo dipendente. Prendiamo un camion che ci accompagna fino alle porte di Adana, dove purtroppo lui non può entrare.
Qui conosciamo Tayfun, è lui che ci da' un passaggio insieme ad un suo amico fino ad Adana, corre come un pazzo, manovre azzardate e sorpassi in tutte le direzioni.(scoprirò in seguito che questo è lo stile di guida turco) accompagna il suo amico a lavoro (guida il bus della scuola), e poi si dedica completamente a noi, sono le 10:30 e ci chiede se abbiamo fame, vorremmo dir di no, ma insiste nel dirci che penserà a tutto lui, ci porta nel suo negozietto, dove vende un po' di tutto: alcool, caramelle, sigarette, patatine, gelati e coca cola; ci fa portare un tè e subito dopo ci ordina un kebap, il tipico Kebap di Adana, ha 3 grandi piadine, carne che, dal gusto, suppongo sia di pecora o capra, peperoni, insalata di cipolla e pomodori. lo mangiamo a forza, nessuno di noi ha fame, e nonostante sia veramente molto buono, la situazione non ci permette di gustarlo veramente fino in fondo, ci fa bere Ayran, lo yogurt liquido con cui vengono accompagnati tutti i pasti e ci ordina un altro tè, dicendo che dopo mangiato è più buono.
Stiamo per scoppiare, l'imbarazzo cresce, siamo serviti e riveriti, ma seduti tutti in silenzio con le mani in mano. finalmente dopo il terzo tè andiamo in centro per incontrare l'altro gruppo di autostop.
Tayfun si è affezionato molto, ci propone di aspettare fino a sera con lui per vedere la città e poi sarà lui ad accompagnarci di nuovo a Gaziantep, ma il ragazzo turco che è con noi ha bisogno di tornare presto, Tayfun ci convince però ad andare a trovare il padre, che tiene molto a presentarci, ha un negozio di telefonia in un grande centro commerciale; anche qui altro tè e altro silenzio imbarazzante fino a quando non riusciamo a liberarci da questo insolito sequestro curdo. ci porta in autostrada, e salutiamo la città vista solo dal finestrino della macchina.
 A caricarci stavolta è un camionista di 23 anni che ci porterebbe non a gaziantep ma un po' più vicino che ad Adana.
L'altro gruppo invece sale su un altro camion, ci sorpassano, e inizia la corsa, il nostro autista è deciso a raggiungere l'altro, ci ritroviamo in questa sfida particolarmente insolita tra sorpassi e colpi di clacson fino a quando non raggiungiamo l'altro, il nostro autista lo fa accostare con gesti fatti tra una vettura e l'altra, dopo esser sceso spiega all'altro dove dobbiamo andare, che lui fà un'altra strada, e lo convince a caricarci tutti e 6, dentro stiamo stretti e l'autista non fa altro che litigare urlando con la moglie al telefono.
A causa di limiti che ancora non comprendo, percorriamo tutta la strada ad una velocità media di 30km/h salvo qualche picco di 80, dopo tante ore di urla e di caldo arriviamo, stremati, a casa.
Abbiamo capito come funziona, siamo pronti la prossima settimana per un altro viaggio, non sappiamo ancora bene dove, ma non possiamo più farne a meno, questo è l'unico modo per evadere dalla noia di una città senza vita.

martedì 18 settembre 2012

Autostop per Yumurtalikı, la città delle uova.


Passati già 4 giorni in città, si prospettano 2 giorni completamente liberi. Che fare?
Dato il caldo quasi insostenibile propongo di andare a mare nel posto più vicino e carino.
Ci ritroviamo in 6 per andare a Yumurtalikı a circa 190km in linea d'aria da Gaziantep. Mezzo di trasporto a disposizione? Autostop.
Prendiamo un autobus per l'autostrada e poi divisi in 2 gruppi da 3 via coi pollici alzati.
Le macchine scorrono, c'è chi si scusa, c'è chi accelera, chi volta lo sguardo, c'è addirittura qualcuno che si ferma per scusarsi di non poterci aiutare e finalmente qualcuno che ci invita a salire.
Non trovando nessuno che vada così lontano, andiamo per tappe, molti ci aiutano portandoci nei posti migliori per l'autostop, i più disponibili sono i camionisti, viaggiatori instancabili e solitari che sono ben contenti di poter aiutare qualcuno e nel frattempo poter percorrere in compagnia un tragitto che in alternativa avrebbero fatto da soli.
Mentre stiamo per salire su un camion che và proprio vicinissimo a Yumurtalikı, si accosta a noi un altro camion, è il fratello dell'autista, che fa la stessa strada e ci invita a dividerci tra le 2 vetture,  vado io con lui, salgo su quest'altro camion messo abbastanza male, siamo io e lui da soli e ci aspettano 3 ore di viaggio, io non parlo turco e lui non parla inglese, se non qualche parola, ma alla fine riusciamo a capirci lo stesso.
 E' Curdo ed è la prima cosa che mi dice, un Curdo Turco, il primo che incontro, ha una faccia simpatica, un bonaccione, mi descrive le coltivazioni che strada facendo incontriamo, mais, cotone, pistacchio e mi suggerisce i posti in cui sono migliori. Improvvisamente si getta a destra, accosta dietro un altro camion e scende, che fa? che faccio? mi intimorisco un po', dal vetro non riesco più a vederlo.
Ma ecco che spuntando, risale con 2 buste di uva da offrirmi, perchè poco prima avevo rifiutato dei cetrioli. Ad un area di servizio riscende mi chiede se devo andare in bagno indicandomi dov'è, mentre lui va a comprarmi una coca cola (non richiesta).
Durante il viaggio iniziamo a capirci, lui mi fa ascoltare delle canzoni curde, mi dice che questo cantante è un po' come Pavarotti per gli italiani, mi racconta ridendo la storia di un incidente che ha avuto con il camion, i freni non funzionavano e si è ribaltato esattamente nel tratto di strada che stiamo percorrendo in quel momento, io gli racconto un mio viaggio col camion in sicilia, e lui tiene ad assicurarmi che il camion adesso va bene e non ha problemi, alla fine finiamo a parlare di camion e delle migliori case produttrici, mi mostra la foto di suo figlio e ci scambiamo lezioni di lingua, non so esattamente in che modo ci siamo riusciti, io in italiano e inglese, lui in turco e in curdo. il tempo passa in fretta, ci divertiamo e alla fine arriviamo a destinazione prima di quanto mi aspettassi.
L'altro autista aveva incontrato e caricato per strada l'altro gruppo con cui eravamo partiti e per un po' di strada si son trovati in 6 persone in un camion, nell'altro gruppo c'è anche un ragazzo turco che ci accompagna, avendo grossi pregiudizi sui curdi decide che è più sicuro scendere prima e fare un'altro autostop. I fratelli curdi però insistono per offrirci un tè, non accettare è ineducato.
Continua l'autostop fino al mare. una spiaggetta poco pulita, acqua caldissima, i turchi non hanno molto senso della pulizia ambientale, affascinante solo per un' isoletta in mezzo al mare con un castello in cui sventola la bandiera rossa con la mezza luna.
Fa una certa impressione vedere alcune donne o ragazzine fare il bagno completamente vestite e con il velo.
In serata ci spostiamo verso un altro castello, sulla terraferma stavolta, incontriamo un pellicano che adora far le carezze ad un cane randagio, un uomo chiamandoci dal tavolino del bar a cui è seduto a bere del çay (tè), ci fa vedere dal suo iphone un video in cui il pellicano fa il solletico con delicatezza al cane messo a pancia in giù  per godersi le coccole. Un paio di foto e continuiamo il viaggio...
 



(anche oggi comunque, il cibo ha lasciato a desiderare)



mercoledì 12 settembre 2012

Viaggio verso Gaziantep, la terra del pistacchio.

Un' ultima occhiata dall'aereo per Istanbul all'Italia, è partito, tra poco sarò in Turchia.
Un paese per me fino a poco tempo fa quasi sconosciuto, ho avuto un mese per informarmi con le scarse informazioni che sono riuscito a trovare e tra poche ore, vi metterò piede.
L'aereoporto di Istanbul è molto moderno, poco affascinante, ma per me è solo uno scalo, riparto per Gaziantep, la città del pistacchio, nel sud est della turchia a pochi chilometri dal confine con la Siria. Fa molto caldo e nella strada che collega l'aereoporto alla città, si alternano i profumi degli alberi la sera e la puzza di probabili fogne a cielo aperto.
Luci e insegne luminose, negozi chiusi e poca gente che passeggia, sono le 23 e la città non è come la immaginavo.
Ci siamo ripresi dal viaggio estenuante,  primo vero giro in città, prendiamo un piccolo bus azzuro e bianco, l'autista che guida (un po' come tutti i turchi che guidano) è un pirata della strada, alla vista di gente che sta per attraversare, in genere si accelera, ha un pellicciotto bianco sul cruscotto e un'altro viola con dei brillantini per tappetino, il cambio ricamato con delle perline colorate, delle luci blu che illuminano il posto di guida e l'occhio di allah che dondola appeso allo specchietto e che ti guarda sempre e ovunque dall'alto. non c'è biglietto, la gente che sale dà direttamente i soldi all'autista che mentre guida li conta, li ordina a seconda del taglio e da' il resto, se la persona che sale non può raggiungerlo si vedrà un passaggio di soldi che va' di mano in mano dalla fine all'inizio del bus e se c'è il resto, torna indietro ripercorrendo le stesse mani, in questo modo, se si è avanti, si può passare tutto il viaggio a dare e rendere soldi.
La cucina di Gaziantep è differente dal resto della turchia e molto famosa nel paese, le sue pietanze sono influenzate dai paesi orientali a cui è vicina, molto speziata e piccante o se si parla di dessert di una dolcezza inquietante.
Quasi tutti i dolci sono a base di pistacchio (specialità tipica della provincia) molto buoni ma mai quanto quelli di Bronte.
La prima sera in cui ci diedero il benvenuto e ci offrirono del pistacchio, chiesi al ragazzo turco che ci accolse se conosceva Bronte, gli spiegai che era una città siciliana tipica anche lei per il pistacchio.
Con malcelato orgoglio e mezzoubriaco mi disse che l'Italia poteva avere la Pasta, la Pizza ma almeno il pistacchio era loro specialità, acconsentì, perchè come si dice da noi, la ragione si da ai pazzi :))
In questi giorni abbiamo iniziato i giri per i supermercati, vedere qual è il meno caro e capire cosa comprare per cucinare a casa, mai come in questi giorni ho rimpianto il maiale, senza pancetta  COME FACCIO A FARE LA CARBONARA????