mercoledì 9 gennaio 2013

i castelli intorno Van. resti di una potenza passata (part.2)




Dopo esser arrivato puntuale al luogo dell'appuntamento, vengo informato che l'orario è rimandato di un' ora.
Per fortuna ha smesso di piovere, fa ancora freddo e vado di nuovo a rinchiudermi nella stessa sala da tè di ieri.
Sono stati montati i vetri nuovi, il proprietario ha l'aria felice e soddisfatta, è orgoglioso dei suoi nuovi vetri e mi invita a sedermi.

Il posto vicino alla finestra è occupato da degli uomini che fanno colazione con voracità e che mi invitano subito ad unirmi a loro,  mi indicano i nomi di tutto quello che c'è sul tavolo, alle uova esclamo ''yumurta'' con fierezza, aspettando la faccia stupita degli astanti, invece un No secco eccheggia nella sala, mi si spiega che yumurta è turco, li si parla curdo, hek! le uova si chiamano hek! Ridiamo, scherziamo e mangiamo per un po'. Murat, l'uomo che mi aveva invitato al tavolo mi lascia il suo numero di telefono, deve andare via. 
Mi lasciano un bel po' di cibo, pagano anche i 3 çay che ho bevuto ed escono dal locale.
Vado via anch'io a consumare la mia colazione in un parco, c'è il formaggio tipico di van, impastato con delle erbe, molto saporito, poi il pane, una sorta di focaccia con pasta sfoglia, tipico di queste parti, è rotondo, piatto e unto, ma gustosissimo, e le uova di cui vado ghiotto, tagliate a spicchi e spolverate con delle spezie piccanti.
Arrivano anche gli altri, poso la borsa nel locale e ripartiamo.
mi allontano dal centro a piedi, poco meno di un ora e ricomincio l'autostop, la meta è çavustepe kalesi, (kalesi = castello) percorro i 25km velocemente, le rovine si trovano sulla cima di una piccola montagnetta e per fortuna l'uomo che mi ha dato il passaggio mi porta fino in cima con la macchina, il luogo è deserto, il paesaggio fantastico e il vento spinge via le nuvole dal cielo azzurro come pochi, il sole è caldo e accogliente, poso le felpe su una roccia e mi incammino, il castello dev'esser stato molto grande e maestoso, ma purtroppo ne rimangono solo le basi, ci si sente così piccoli eppure così grandi a dominare una vallata così maestosa, resa ancora più suggestiva dal cielo che lo sovrasta.
 
Vado via, e scendo lentamente, voglio lasciare quello spettacolo il meno velocemente possibile. Mi aspettano altri 30km da fare per il prossimo castello, una ragazza dai lineamenti orientali, da sola si incammina verso la strada che ho appena percorso e che porta alle rovine, una figura strana, candida dal giubotto bianco, si incammina in questo paesaggio desertico, rimango per un po' voltato a guardarla, cammina sola ma sicura, passi certi come se avesse appena imboccato il vialetto di casa, si allontana lenta fino a diventare un piccolo punto bianco nel paesaggio brullo, figura fantastica figlia di una cultura ancor più lontana, rimango incantato e la sua figura mi si imprime nella memoria.

Un pastore mi si avvicina, gli chiedo un po' di latte di capra, ma ridendo mi dice che il suo gregge è formato solo da maschi, per il bayram, e domani (si passa la mano tesa intorno al collo.) verranno sgozzate per la festa, tutte!
Una macchina si ferma, è un professore, ed è appena tornato dall'iran, vado con lui, il pastore mi saluta cordialmente prima di partire. 

Guardo ammirato il paesaggio che scorre dal finestrino, va veloce e i 30km passano via senza problemi, Arriviamo a destinazione, lui continua verso la scuola io proseguo per il castello.

Magnifiche rovine si stagliano contro il cielo, anche questo è costruito sopra una piccola montagna che domina il paesaggio circostante, mi ricorda i castelli delle fiabe, quelli in cui di solito vive il cattivo. attraverso un vecchio ponte in pietra e inizia la salita verso l'entrata del castello, immensa e in ottime condizioni, probabilmente restaurata da poco, all'interno ci sono varie foto, poi una scala porta alla parte interna, questa non in condizioni ottimali, tetto inesistente e pareti per lo più crollate, la parte aperta al pubblico non è granchè, la parte più interessante è bloccata dal guardiano, parla inglese e spiega che è pericoloso e non può farci entrare, cerco in tutti i modi di convincerlo a chiudere un occhio ma sembra impassibile e quando ormai sto per rinunciare, cede, toglie il nastro e ci accompagna su, ecco il vero castello. L'hamam e parti di antiche decorazioni murarie ancora visibili, le torri e quelli che una volta erano grandi saloni, mi allontano dal gruppo, mi piace stare solo e perdermi in questi posti, giro tutte le stanze cercando di evitare gli altri, è magnifico e anche da qui il paesaggio è bello, non puoi far a meno di pensare a chi visse e fece costruire tali magnificenze in posti così affascinanti, grandi potenze che dominavano questi territori, affiatati guerriglieri e raffinati sovrani

Giù alle sue pendici, nelle baracche che costeggiano la strada, cerco un posto in cui comprare del cibo, mi invitano a prendere un çay e fare uno spuntino con loro, anche stavolta c'è il formaggio di Van che mi piace tanto, ringrazio, pago il pane e vado via, la macchina su cui salgo mi porta direttamente in città, ritorno nel locale, ricominciamo a giocare a tavla quasi fino a mattina, stavolta vado a dormire a casa del proprietario e dobbiamo aspettare che chiuda il locale.
Domani spenderemo la nostra giornata alla ricerca di un posto diverso in cui dormire, nel frattempo ci godiamo le poche ore di sonno che ci rimangono, per riposar le membra stanche e la mente esausta.

domenica 30 dicembre 2012

Un anno dopo il terremoto. Van (part.1)


Parte da Diyarbakır in tarda serata il bus che porta a van, il viaggio è lungo, la notte è buia e fuori dal finestrino nulla.
Cerco invano la posizione più comoda per dormire poi cedo alla stanchezza, un crollo del corpo e della mente.
Arrivo in città poco prima del sorgere del sole, fa freddo ed ha appena smesso di piovere, tutto è grigio, la stazione dei bus è semideserta, buia, alcuni vetri sono rotti, le persone camminano piano, a testa bassa e in silenzio, sembrano anime che vagano aspettando qualcosa, c'è silenzio, l'unico suono che avvolge tutto è il rumore dei motori accesi dei bus, tutto ha l'aspetto di un luogo abbandonato.
Mi metto qualcosa di più pesante addosso, zaino in spalla e si ricomincia, in strada c'è poca gente e tutto è chiuso, è ancora troppo presto, ho appuntamento alle 10 in un locale con l'uomo che mi dovrà ospitare, lo  șiir cafè (caffè poesia), vago per un po' chiedendo informazioni, ma sono ancora le 6 del mattino.
Entro in una sala da çay per riscaldarmi un po', mi accorgo dopo che a porte e finestre mancano i vetri.
Il proprietario è un uomo alto e baffuto con una grande pancia, è simpatico e mi accoglie calorosamente, aspetto li ore ed ore, il terzo çay mi viene offerto da lui, con cui ormai ho stretto amicizia.
Il caffè apre 2 ore dopo l'orario previsto, e aspetto ancora.
Per ingannare il tempo gioco a tabla con i miei compagni, giochiamo per ore, fino a quando non arriva. ci mettiam d'accordo, poso la borsa e vado a fare un giro in città, il sole è alto e si sta bene, la città è tutt'altro che morta, c'è tanta vitalità per le strade, la gente corre tra le bancarelle che coprono entrambi i lati delle strade, c'è un'atmosfera vagamente natalizia.
Il furgone di un partito curdo urla dai megafoni qualcosa, due persone  da dentro salutano la gente entusiasta in strada.

Oggi è l'anniversario del terremoto che distrusse la città un anno fa, nel parco principale, dietro la statua del gatto di van e del mostro del lago, c'è una mostra fotografica per ricordarlo, un terremoto che rase al suolo mezza città o più e fece svariate vittime, c'è molta gente, le foto sono belle, ma basta guardarsi intorno, osservare i palazzi o quel che ne rimane per ricordare davvero cosa successe, la città è semidistrutta, un sacco di edifici sono crollati, altri sono in fase di ''restauro'' che è più un rattoppo dei buchi. mi stendo in una panchina e mi addormento al caldo sole del primo pomeriggio.
mi sveglio con l'arrivo delle nuvole e del freddo, faccio un altro giro, e ritorno al locale.
devo aspettare che chiuda per andare a casa e riposare.
ricominciamo a giocare a tavla (il nostro backgammon), fino a notte inoltrata.
poi arriva un amico del proprietario del locale, ci dividiamo in 2 gruppi, io vado a casa di questo ragazzo, prendiamo un bus, ma è notte e non vedo esattamente dove sto andando, piove molto forte.
percorriamo un po' di sterrato a piedi sotto la pioggia, seguendo una fila di case tutte al buio, come la strada del resto.
Entriamo in questa casa dal tetto in lamiera, che quando piove si trasforma in un tamburo battuto da migliaia di gocce di pioggia, non c'è luce, non ci sono letti, non c'è nulla, ci danno dei materassi e delle coperte calde e pesanti, porte e finestre non chiudono bene e l'aria entra a folate, ma sotto le coperte è caldo e con la stanchezza accumulata credo di poter dormire ovunque.
Punto la sveglia, domani ho appuntamento con gli altri.
Il mattino è grigio, fuori piove ancora, dormono tutti quando mi sveglio, scopro che loro hanno dormito nel corridoio, abbracciati anche loro sotto pesanti coperte,  hanno dato la stanza buona a noi.
Vado in bagno, non c'è acqua calda, né doccia. mi lavo pian piano con una ciotola con cui mi verso l'acqua fredda addosso, la finestra è senza vetri, mi vesto in fretta e vado a sistemare la borsa, senza svegliare nessuno vado via, ripercorro la strada di ieri, pioviggina ma adesso vedo che quella fila di case di cui ieri distinguevo solo i profili neri contro le nuvole arancio, sono case danneggiate dal terremoto, alcune abbandonate altre rattoppate come meglio si può, probabilmente perchè la gente non ha altri posti dove andare e una casa, anche se mezza distrutta è sempre meglio di una tenda o di un container spacciato per casa e messo a disposizione ''momentaneamente'' ai terremotati.
c'è una donna col velo che cammina sola sotto la pioggia spingendo una carriola.
mi rendo conto di quanto quel terremoto sia stato distruttivo e quanto abbia cambiato le vite di tutti gli abitanti di Van, mi chiedo quanta forza ci voglia per continuare a vivere, pensando di aver perso tutto quel che si aveva, e mi rendo conto di quanto futile sia  a volte la nostra vita, di quanto ormai la società cosiddetta moderna abbia perso il normale rapporto con la realtà, e che basta niente per distruggere tutte le certezze sulle quali costruiamo, come sulle più solide basi, la nostra vita.


lunedì 17 dicembre 2012

Diyarbakır, la città assediata.


Finita la settimana a Mardin, inizia il kurban bayramı, una festa per ricordare il sacrificio di Abramo che viene messo alla prova e deve sacrificare suo figlio Isacco, fermato poco prima del colpo di grazie, un Ariete viene ucciso al posto del figlio, per volere di Allah.
E' una delle feste più importanti qui in turchia, la tradizione vuole che ogni famiglia sacrifichi un agnello o una capra, la si divida in 3 parti e ne si doni la prima ai poveri, la seconda agli ospiti e la terza usata per la famiglia.
Per questa festa decido di spostarmi ancora più verso Est,  a Van e verso il suo leggendario lago, poco distante dal confine con l'Iran.
Vado in autostop fino a Diyarbakır, bagnata dal fiume Tigri, è la città con la maggior presenza di curdi in turchia e dove il turco nella maggior parte dei casi è sostituito dal curdo. Non a caso da molti è definita la capitale del curdistan turco.
In questa città si capisce subito quanto il governo di Ankara abbia paura della situazione curda in turchia.
Addentrandocisi si ha la sensazione di essere in una città sotto assedio, basi militari sono ovunque, così come posti di blocco e pattuglie, mattina e pomeriggio decollano dall'aereoporto militare non lontano da qui, dei caccia seguiti dal loro assordante rumore.
Forse si vuol far ricordare sempre a tutti chi è che comanda, chi è la vera autorità in Turchia.
Sto qui solo mezza giornata, ma l'ambiente è vitale, giro un po' senza allontanarmi troppo dal centro circondato dalla vecchia cinta muraria in basalto nero della città, lunga 6 km, mi dicono che è seconda solo alla muraglia cinese.

Vago tra le viuzze ma appena cala il buio la città si fa inquietante, strane ombre si muovo in silenzio negli angoli più bui, molti mi sconsigliano questo o quel vicolo, tornando indietro sconfortato vengo fermato dal proprietario di una sala da te, mi invita a sedermi con lui, parla inglese e mi offre un çai, si chiacchiera e si scherza insieme ad un suo amico fabbro, è sporco e nero, si è preso una pausa per stare con noi, giochiamo a tabla, poi ritorna a lavoro, è una persona che mi incuriosisce molto e voglio vedere dove lavora.
Si arriva nella sua officina tramite uno stretto corridoio buio, lavora in quella che una volta era la stanza di una casa, non c'è il tetto solo dei pannelli che a stento serviranno per coprirsi dal sole ma sicuramente inutili con la pioggia, i muri sono crollati per metà e adesso dentro vi sono solo macerie e attrezzi del mestiere, il resto della casa è crollato poco più in la.
La luce fredda e flebile di un neon illumina le scale in ferro che sta facendo.
E' un lavoro faticoso mi dice, lavora fino a tardi, e penso a mio padre, una volta fabbro anche lui.
Ha una trentina d'anni ma ne dimostra venti in più, lo saluto calorosamente; mangio qualcosa e mi congedo anche dal proprietario della sala da tè.
In tarda serata parte il bus che dovrà portarmi a Van ma non ho idea di come arrivare alla stazione degli autobus, l'uomo che mi dette un passaggio fino in centro mi aveva pure dato appuntamento per le 20, è la mia unica speranza, aspetto, aspetto fino a quando un uomo, incuriosito, mi chiede che faccio lì seduto al freddo, si offre di chiamare, l'uomo aveva scordato l'appuntamento ma dice che sarà qui in 15 min, arriva puntuale e mi accompagna fino alla stazione dei bus.
parto, il viaggio è lunghetto e spero di riuscire a riposare un po', domani sarò a Van.
Anche in questo viaggio la gentilezza e l'ospitalità turca mi hanno salvato, ogni volta mi chiedo come è possibile e penso che tutto ciò sarebbe quasi impossibile in Italia, riparto sempre pieno di gratitudine per chi in un modo o nell'altro mi ha aiutato senza voler nulla in cambio, senza conoscermi.
rimango sempre stupito da questa società che nonostante stia per esser pian piano ingoiata dal capitalismo che avanza, è ancora retta da antichi valori di ospitalità e lealtà.
questo è quello che ultimamente mi fa riflettere sulle grandi differenze tra cultura occidentale e orientale.

giovedì 6 dicembre 2012

Mardin, osservatorio della storia.


Nel primo pomeriggio parto in bus per Mardin, arrivo in città in tarda serata, sono nel lato nuovo, brutti palazzi uguali a quelli che si vedono in tutte le città turche.
Sono qui per uno street art festival, mi ospiteranno per una settimana e si dovrà andare in giro per le scuole elementari a portare un po' di musica e colore.
Con il taxi attraverso la piccola città, d'un tratto i palazzi nuovi finiscono ed inizia la città vecchia, luci calde illuminano i muri di pietra bianca; tutta in salita la cittadina si sviluppa su un'alta collina che domina la mesopotamia,  nei giorni più limpidi si riesce a vedere la Siria, sono contento di poter vivere in centro.
Il palazzo dell'associazione è un edificio storico, molto ben mantenuto, probabilmente restaurato da poco. Ad accogliermi c'è una lunga tavola imbandita piena di gente che viene da posti diversi, la maggioranza da Istanbul, poi iraniani, spagnoli, francesi e così via, l'ambiente è ricco, salubre e amichevole, il paesaggio è fantastico e, cosa fondamentale, la cena è ottima.
Il giorno dopo, dopo un'abbondante colazione alla turca, (che rimpiango ancora oggi, fatta da 2 tipi di formaggi, insalata di pomodori e cetrioli, succhi di frutta, pane e focacce, uova, miele, crema di cioccolato, burro, olive verdi e nere, frutta e l'immancabile çai (tè)).  

Partiamo con 2 bus per le scuole,  tristi e spoglie, ai muri sono appesi disegni di cruente battaglie con guerrieri che si uccidono a vicenda, foto di paesaggi turchi e l'onnipresente Ataturk.
I bambini sono entusiasti e allo stato brado, tutti incredibilmente ossessionati dal calcio, il primo giorno, ho chiesto loro di disegnare qualcosa, a parte qualche meravigliosa casa con i fiori, ho ricevuto solo cuori con i colori del galatasaray o del fenerbahçe.
Il giorno dopo ho iniziato a dipingere i loro volti, anche qui innumerevoli richieste dei colori della propria squadra sulla guancia, la speranza va ai più piccoli che rimangono ancora affascinati dal disegno del leone (Aslan).
Le maestre sono giovani e carine, probabilmente hanno iniziato a lavorare subito dopo l'università,  e non sono in grando di domare i loro alunni.
Il pranzo alla mensa è scadente, riso in bianco e salsa con fagioli, le posate sono incrostate ma la frutta è fresca.
la cittadina di Mardin è magica e imperdibile, le case sono letteralmente aggrappate alla collina su cui sono costruite e dominate da un castello. Città mista di culture vi si trovano chiese, moschee e antiche università, interessante anche il palazzo delle poste che purtroppo era in fase di restauro, anche qui però sono riuscito ad entrare scambiando quattro ''chiacchiere'' con il guardiano. La gente parla arabo, turco e curdo senza problemi, e tutti vivono tranquillamente insieme.
Di qui sono famosi i saponi fatti a mano e l'innumerevole quantità  di caramelle/confetti di frutta secca e zucchero fatti in miriadi di modi diversi e messi in grandi ceste, si possono assaggiare e scegliere con tranquillità.
Ho passato serate a sgranocchiare mandorle, noci e noccioline datemi dai venditori stessi che di esse mi riempivano le mani.
Sono ancora più convinto che l'oriente, inizia ad est di Antep subito dopo l'Eufrate.
Il tempo scorre in maniera diversa, non ha fretta, la vita è scandita dai ritmi della natura, mi sembra di stare indietro di un centinaio di anni, e mi sento a casa.
Il Cielo qui ha un colore diverso, più puro, profondo e sincero, un colore che non avevo mai visto.
E' attraversando questi posti, guardando dal tetto dell'università la mesopotamia che dorme al tramonto, culla della civiltà, che mi sento addosso l'importanza della storia, ha visto passare migliaia e migliaia di anni, vi si son parlate decine di lingue diverse ed è stata attraversata da infinite genti, tanti vi son nati e tanti vi son morti guerre e sangue, pace e civiltà, eppure è ancora li come se il tempo non fosse mai passato, anche oggi un'altra guerra si svolge sulle sue membra e lei immobile aspetta che tutto passi, perchè ciò che è umano non sarà mai eterno, lo sa bene lei che giace li da sempre. 
 

lunedì 26 novembre 2012

Mersin, inferno e paradiso a 2 passi dal mare


Andiamo a mersin, ancora in autostop; il viaggio è molto movimentato, la prima macchina che becchiamo è guidata da un folle che si crede maometto, ha studiato all'università della vita e (dice) di aver scritto alcuni pezzi del corano.
Secondo passaggio, lo prendiamo in autostrada, un uomo in mercedes ci raccoglie sotto il sole del mezzogiorno, ci porta a Mersin entusiasta e ansioso di mostrarci il suo posto preferito.
Curiosi aspettiamo guardando la città passare dal finestrino, arriviamo al porto e con un ampio gesto ci mostra le barche attraccate al molo,  getta dei pezzi di pane in mare e ci indica con indescrivibile gioia i pesci che mangiano con foga; torniamo in macchina perplessi.
Non manca mai la domanda di rito: avete fame? e senza aver il tempo di rispondere ci ritroviamo con in mano il tipico kebab di mersin: il TANTUNI, buonissimo, il migliore mangiato fin'ora con carne bovina bollita, è piccolo, gustosissimo e non troppo speziato.
Ci paga il bus per il luogo in cui dormiremo (un po' fuori mersin) e ci salutiamo, noi sempre con immensa gratitudine.
Arriviamo in spiaggia, l'acqua è limpida ma piena di immondizia, bottiglie e buste di plastica.
immancabile il castello in mezzo al mare...
''C'era una volta un re che adorava immensamente la sua unica figlia, un giorno un'indovina, gli predisse che sua figlia sarebbe morta il giorno del suo diciottesimo compleanno a causa di un  morso di serpente, Il Re sapendo che i serpenti non sanno nuotare, fece costruire un castello in mezzo al mare.
A 18 anni, per il suo compleanno, tra i meravigliosi regali che ricevette c'era un ricco cesto colmo di rosse mele, attratta dal loro aspetto allungò la mano per afferrarne una e sollevandola, un serpente che durante la raccolta si era rifugiato nel cesto salto fuori mordendole la mano.
così, nonostante le precauzioni del padre la figlia morì, il giorno del suo diciottesimo compleanno
.
''


mancano 2 ore al tramonto e decidiamo di provare ad andare a Cennet e Cehennem un sito non molto lontano da dove alloggiamo, andiamo in autostop anche questa volta, arriviamo in breve tempo nonostante la strada che si inerpica su questa collinetta e che serve a raggiungere le grotte sia poco trafficata.
paghiamo il biglietto ed entriamo senza sapere esattamente cosa ci aspetta, la fine della strada ci regala una sorprendente cava di 30m di diametro e 120 di profondità di nome cehennem obrugu (la cava dell'inferno chiamata così a causa di una famosa leggenda.

''Gea che non sopportava l'idea che i suoi figli, i Titani, fossero stati imprigionati nel Tartaro da Zeus, si recò in Cilicia, da suo figlio Tifone padre di tutti i venti funesti, che aveva generato dopo essersi unita al Tartaro, al quale chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus.
Tifone, la cui statura non aveva eguali sulla terra in quanto non c'era monte che lo eguagliava in altezza, con le sue cento teste che sputavano fuoco e reso ancora più orribile dall'ira che lo animava, salì sull'Olimpo per battersi contro gli dei. La sorpresa e lo spavento fu tale che gli stessi dei, dopo essersi trasformati in animali, scapparono via lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato dalle gambe di Tifone ed immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in questa grotta mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato se Ermes, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la sacca a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Narra la leggenda che le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.
Narra Ovidio nella Metamorfosi (V. 346-358): "(...) la vasta isola della Trinacria si accumula su membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifeo, che osò sperare una dimora celeste. Spesse, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da te, o Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifeo getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."

Subito accanto la grotta del paradiso, molto più interessante ma senza affascinanti leggende ad arricchirla. iniziamo a scendere, il cielo ha iniziato ad oscurarsi, il sole è calato e grandi nuvoloni si avvicinano, continuiamo lo stesso la strada diventa sempre più difficile.

D'un tratto ci appare accanto l'ingresso della grotta una piccola struttura, la cappella della vergine maria, costrita il 5° o 6° secolo A.C. con le pareti ricoperte di muschio e felci, la luce che filtra tra la pioggia le fronde degli alberi rende l'atmosfera estasiante.
Dentro la grotta camminare è quasi impossibile (soprattutto se si hanno le converse) gli scalini irregolari intagliati nella roccia, ricoperti di argilla e bagnati dalla pioggia e dall'umidità rendono la discesa particolarmente lenta ed ardua, la caverna è illuminata da forti proiettori per mettere in evidenza le stallattiti, siamo soli, il silenzio è rotto solo dallo scrosciare dell'acqua in lontananza lassù all'imboccatura della grotta.
stiamo li un bel po' , si sta bene in silenzio.
questi sono i momenti più belli, quando non hai la necessità di parlare e non sei a disagio con gli altri se cala il silenzio, il luogo aiuta,  si risulta così piccoli di fronte alla grandezza di quel luogo ognuno è impegnato con se stesso e comprendendosi si  comprende il resto del mondo.

giovedì 1 novembre 2012

Harran e il vento del deserto.

Partiamo da Urfa per Harran che è già buio, una macchina ci raccoglie lasciandoci molto vicini, c'è solo un'ultimo tratto da fare. A caricarci stavolta è un furgoncino scassato e sporco, saliamo dietro e 100 metri dopo ci fermiamo ad un posto di blocco, la strada è buia e la luce delle torce elettriche attraversa i vetri luridi e ci acceca, aprono il retro, ci chiedono i passaporti.
Che ci facciamo in quel fetido furgone di notte? 

Ci chiedono se abbiamo prenotato una stanza, dove dormiamo. Si preoccupano per noi, ma noi continuiamo senza avere la minima idea di dove finiremo a dormire.
Arrivati ad Harran camminiamo per ore, facciamo avanti e indietro cercando un posto in cui può esser comodo piantare la tenda, io sono di cattivo umore, siamo stanchi e non mi piace non sapere dove dormire quando è già buio. Mangiamo qualcosa e troviamo un piccolo spiazzo alberato costeggiato da un muro dove potremmo passare la notte, è abbastanza buio e appartato, non è il massimo ma è il meglio che siamo riusciti a trovare, la notte scorre abbastanza tranquilla tra freddo e cani randagi.
Mi alzo all'alba, mi vesto, sveglio gli altri e ci incamminiamo per la città, la strada in cui ieri abbiamo camminato per ore scopriamo essere affiancata dal vecchio muro di cinta della città (completamente al buio di notte), ormai quasi completamente distrutto, entriamo da una delle antiche porte, affascinante sotto la luce dell'ancora flebile sole del mattino.
Saliamo su di una collinetta seguendo l'unica strada che troviamo (l'unica asfaltata) da qui vediamo la città vecchia, l'antica moschea, il castello e le vecchie case con i tipici tetti, molto simili ai nostri trulli, il tutto circondato dal deserto.
La moschea ormai completamente distrutta è recintata da una pessima rete metallica bucata in alcune parti, non posso resistere ed entro, cammino tra le rovine di un edificio che ha visto passare secoli di storia, sono solo li dentro, il silenzio e la luce dell'alba rende tutto surreale, dei cani scorrazzano tra le poche mura ancora in piedi, l'aria è diversa, profuma di storia e magia, il tempo si ferma, il momento è unico e infinito.
Ritorno troppo presto alla realtà, gli altri mi aspettano.
Ci dirigiamo al castello, chiuso per quel che i turchi chiamano restauro, in realtà è una ricostruzione
ex novo, non si può entrare, i miei amici si allontanano io insisto, vado a parlare con il responsabile e dopo tanta sfacciataggine riesco a convincerlo, mi metto il casco di sicurezza, ed entro con lui nel castello, meraviglioso e ricco di storia anche lui.
Architettura influenzata da islam e cristianesimo, croci nelle volte e spazi di preghiera verso la mecca.
esco e mi ricongiungo agli altri, hanno incontrato un ragazzo che vuole guidarci per la città (a pagamento) ma noi non abbiamo soldi e la città l'abbiamo già vista tutta, almeno la parte vecchia.
ci mancano solo le case tristemente addobbate per i turisti, entriamo lo stesso, lo scenario è pietoso, uno specchio per le allodole, la casa è piena di oggetti in vendita e arredata secondo l'immaginario classico della casa turca.
Parliamo poi con i proprietari, ci dicono che ormai li son rimasti in pochi, si son tutti trasferiti nelle
case ''nuove'', solo alcuni stanno ancora li e usano le loro vecchie case come attrazione.
paghiamo un çai e andiamo via, rivediamo i dromedari e un bel cavallo che mangiano col deserto sullo sfondo, ritorniamo ad Urfa per poi proseguire verso Antep ma le sensazioni provate mi accompagnano ancora, uno strano senso di pace e armonia che forse si trova solo li, dove non c'è nient'altro.