lunedì 26 novembre 2012

Mersin, inferno e paradiso a 2 passi dal mare


Andiamo a mersin, ancora in autostop; il viaggio è molto movimentato, la prima macchina che becchiamo è guidata da un folle che si crede maometto, ha studiato all'università della vita e (dice) di aver scritto alcuni pezzi del corano.
Secondo passaggio, lo prendiamo in autostrada, un uomo in mercedes ci raccoglie sotto il sole del mezzogiorno, ci porta a Mersin entusiasta e ansioso di mostrarci il suo posto preferito.
Curiosi aspettiamo guardando la città passare dal finestrino, arriviamo al porto e con un ampio gesto ci mostra le barche attraccate al molo,  getta dei pezzi di pane in mare e ci indica con indescrivibile gioia i pesci che mangiano con foga; torniamo in macchina perplessi.
Non manca mai la domanda di rito: avete fame? e senza aver il tempo di rispondere ci ritroviamo con in mano il tipico kebab di mersin: il TANTUNI, buonissimo, il migliore mangiato fin'ora con carne bovina bollita, è piccolo, gustosissimo e non troppo speziato.
Ci paga il bus per il luogo in cui dormiremo (un po' fuori mersin) e ci salutiamo, noi sempre con immensa gratitudine.
Arriviamo in spiaggia, l'acqua è limpida ma piena di immondizia, bottiglie e buste di plastica.
immancabile il castello in mezzo al mare...
''C'era una volta un re che adorava immensamente la sua unica figlia, un giorno un'indovina, gli predisse che sua figlia sarebbe morta il giorno del suo diciottesimo compleanno a causa di un  morso di serpente, Il Re sapendo che i serpenti non sanno nuotare, fece costruire un castello in mezzo al mare.
A 18 anni, per il suo compleanno, tra i meravigliosi regali che ricevette c'era un ricco cesto colmo di rosse mele, attratta dal loro aspetto allungò la mano per afferrarne una e sollevandola, un serpente che durante la raccolta si era rifugiato nel cesto salto fuori mordendole la mano.
così, nonostante le precauzioni del padre la figlia morì, il giorno del suo diciottesimo compleanno
.
''


mancano 2 ore al tramonto e decidiamo di provare ad andare a Cennet e Cehennem un sito non molto lontano da dove alloggiamo, andiamo in autostop anche questa volta, arriviamo in breve tempo nonostante la strada che si inerpica su questa collinetta e che serve a raggiungere le grotte sia poco trafficata.
paghiamo il biglietto ed entriamo senza sapere esattamente cosa ci aspetta, la fine della strada ci regala una sorprendente cava di 30m di diametro e 120 di profondità di nome cehennem obrugu (la cava dell'inferno chiamata così a causa di una famosa leggenda.

''Gea che non sopportava l'idea che i suoi figli, i Titani, fossero stati imprigionati nel Tartaro da Zeus, si recò in Cilicia, da suo figlio Tifone padre di tutti i venti funesti, che aveva generato dopo essersi unita al Tartaro, al quale chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus.
Tifone, la cui statura non aveva eguali sulla terra in quanto non c'era monte che lo eguagliava in altezza, con le sue cento teste che sputavano fuoco e reso ancora più orribile dall'ira che lo animava, salì sull'Olimpo per battersi contro gli dei. La sorpresa e lo spavento fu tale che gli stessi dei, dopo essersi trasformati in animali, scapparono via lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato dalle gambe di Tifone ed immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in questa grotta mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato se Ermes, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la sacca a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di Sicilia e ad imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Narra la leggenda che le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.
Narra Ovidio nella Metamorfosi (V. 346-358): "(...) la vasta isola della Trinacria si accumula su membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifeo, che osò sperare una dimora celeste. Spesse, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da te, o Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifeo getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."

Subito accanto la grotta del paradiso, molto più interessante ma senza affascinanti leggende ad arricchirla. iniziamo a scendere, il cielo ha iniziato ad oscurarsi, il sole è calato e grandi nuvoloni si avvicinano, continuiamo lo stesso la strada diventa sempre più difficile.

D'un tratto ci appare accanto l'ingresso della grotta una piccola struttura, la cappella della vergine maria, costrita il 5° o 6° secolo A.C. con le pareti ricoperte di muschio e felci, la luce che filtra tra la pioggia le fronde degli alberi rende l'atmosfera estasiante.
Dentro la grotta camminare è quasi impossibile (soprattutto se si hanno le converse) gli scalini irregolari intagliati nella roccia, ricoperti di argilla e bagnati dalla pioggia e dall'umidità rendono la discesa particolarmente lenta ed ardua, la caverna è illuminata da forti proiettori per mettere in evidenza le stallattiti, siamo soli, il silenzio è rotto solo dallo scrosciare dell'acqua in lontananza lassù all'imboccatura della grotta.
stiamo li un bel po' , si sta bene in silenzio.
questi sono i momenti più belli, quando non hai la necessità di parlare e non sei a disagio con gli altri se cala il silenzio, il luogo aiuta,  si risulta così piccoli di fronte alla grandezza di quel luogo ognuno è impegnato con se stesso e comprendendosi si  comprende il resto del mondo.

giovedì 1 novembre 2012

Harran e il vento del deserto.

Partiamo da Urfa per Harran che è già buio, una macchina ci raccoglie lasciandoci molto vicini, c'è solo un'ultimo tratto da fare. A caricarci stavolta è un furgoncino scassato e sporco, saliamo dietro e 100 metri dopo ci fermiamo ad un posto di blocco, la strada è buia e la luce delle torce elettriche attraversa i vetri luridi e ci acceca, aprono il retro, ci chiedono i passaporti.
Che ci facciamo in quel fetido furgone di notte? 

Ci chiedono se abbiamo prenotato una stanza, dove dormiamo. Si preoccupano per noi, ma noi continuiamo senza avere la minima idea di dove finiremo a dormire.
Arrivati ad Harran camminiamo per ore, facciamo avanti e indietro cercando un posto in cui può esser comodo piantare la tenda, io sono di cattivo umore, siamo stanchi e non mi piace non sapere dove dormire quando è già buio. Mangiamo qualcosa e troviamo un piccolo spiazzo alberato costeggiato da un muro dove potremmo passare la notte, è abbastanza buio e appartato, non è il massimo ma è il meglio che siamo riusciti a trovare, la notte scorre abbastanza tranquilla tra freddo e cani randagi.
Mi alzo all'alba, mi vesto, sveglio gli altri e ci incamminiamo per la città, la strada in cui ieri abbiamo camminato per ore scopriamo essere affiancata dal vecchio muro di cinta della città (completamente al buio di notte), ormai quasi completamente distrutto, entriamo da una delle antiche porte, affascinante sotto la luce dell'ancora flebile sole del mattino.
Saliamo su di una collinetta seguendo l'unica strada che troviamo (l'unica asfaltata) da qui vediamo la città vecchia, l'antica moschea, il castello e le vecchie case con i tipici tetti, molto simili ai nostri trulli, il tutto circondato dal deserto.
La moschea ormai completamente distrutta è recintata da una pessima rete metallica bucata in alcune parti, non posso resistere ed entro, cammino tra le rovine di un edificio che ha visto passare secoli di storia, sono solo li dentro, il silenzio e la luce dell'alba rende tutto surreale, dei cani scorrazzano tra le poche mura ancora in piedi, l'aria è diversa, profuma di storia e magia, il tempo si ferma, il momento è unico e infinito.
Ritorno troppo presto alla realtà, gli altri mi aspettano.
Ci dirigiamo al castello, chiuso per quel che i turchi chiamano restauro, in realtà è una ricostruzione
ex novo, non si può entrare, i miei amici si allontanano io insisto, vado a parlare con il responsabile e dopo tanta sfacciataggine riesco a convincerlo, mi metto il casco di sicurezza, ed entro con lui nel castello, meraviglioso e ricco di storia anche lui.
Architettura influenzata da islam e cristianesimo, croci nelle volte e spazi di preghiera verso la mecca.
esco e mi ricongiungo agli altri, hanno incontrato un ragazzo che vuole guidarci per la città (a pagamento) ma noi non abbiamo soldi e la città l'abbiamo già vista tutta, almeno la parte vecchia.
ci mancano solo le case tristemente addobbate per i turisti, entriamo lo stesso, lo scenario è pietoso, uno specchio per le allodole, la casa è piena di oggetti in vendita e arredata secondo l'immaginario classico della casa turca.
Parliamo poi con i proprietari, ci dicono che ormai li son rimasti in pochi, si son tutti trasferiti nelle
case ''nuove'', solo alcuni stanno ancora li e usano le loro vecchie case come attrazione.
paghiamo un çai e andiamo via, rivediamo i dromedari e un bel cavallo che mangiano col deserto sullo sfondo, ritorniamo ad Urfa per poi proseguire verso Antep ma le sensazioni provate mi accompagnano ancora, uno strano senso di pace e armonia che forse si trova solo li, dove non c'è nient'altro.